Il 17 e 18 maggio sono stata chiamata a dare un mio contributo in un seminario che si è tenuto a Forlì, su neuroscienze e matematica.
Le due giornate di discussione sono state interessanti, per chi me le ha chieste posto qua le slides dei miei interventi
catastini-matematica-e-neuroscienze-1a-parte
catastini-matematica-e-neuroscienze-seconda-parte
L'icona da cliccare è accanto al mio nome (lo precede). quando ho provato ad aprire i pdf, mi si sono presentati uno di seguito all'altro, come fossero uno solo, in realtà sono due, il primo presentato il 17, dal titolo L'innaturalità della matematica (a sfondo bianco) e l secondo, presentato il 18, dal titolo "Vedere come" e matematica (a sfondo verde sfumato).
martedì 28 maggio 2013
martedì 29 maggio 2012
le parole...
Carlo Levi ha scritto che le parole sono pietre. Le parole non dovrebbero
essere pietre, ma catalizzatori, che avviano processi di trasformazione delle
idee e delle azioni. Le parole dovrebbero contaminare e trasformare. Chiedono, per questo, di essere continuamente aggiornate e ridefinite, che ne siano individuate le trasformazioni, i cambiamenti, percepite le
condizioni, prevista l'evoluzione.
Esiste un problema, con le parole, in due sensi. Il primo ci vede pieni
di parole vuote. Ci sono espressioni di sempre, come "educazione
moderna","cultura scolastica formativa", "maturità",
che sopravvivono con una sorta di atmosfera connotativa che li circonda ma che
sono ormai privi di significato, perchè i loro riferimenti si trovano in
strutture dell'esperienza create in un altro contesto storico e sociale e non
sono stati aggiornati. D'altro canto ci sono espressioni di oggi come "il
sapere che serve al cittadino", "ciò che serve della matematica",
"il valore del nuovo" "la scuola delle competenze", che sono ambigue, essendo definite dall'uso
strumentale che chi le ha proposte ne vuole fare e non da parametri oggettivi
discussi e condivisi. Sì, è vero: le parole mutano significato a causa dei
mutamenti socioculturali. La "matematica del cittadino" oggi ha ben
poco a che vedere con rigurgiti giacobini, perché è cambiata la dimensione
stessa del cittadino. Che cosa si intende oggi per cittadino, come è cambiato
il significato rispetto a tre secoli fa? Un tempo questo termine evocava una
persona raffinata, cortese (e questo aggettivo ... come è distante da noi il
suo significato etimologico), contrapposto a campagnolo. Che nuovo senso
acquista oggi questa contrapposizione a causa delle mutate condizioni di vita
nelle città e nella campagne e a causa delle organizzazioni profondamente
diverse delle città e delle campagne? È davvero importante fermarsi a rievocare l'etimologia delle parole che usiamo e
studiarne la loro evoluzione, le profonde trasformazioni che hanno subito a
causa dei cambiamenti economici, sociali e culturali. Amore per la parola,
interesse per i suoi significati originari e per i cambiamenti di senso e
significato. Almeno per quelle parole che usiamo più frequentemente, che
vogliono caratterizzare le nostre idee ed azioni. E invece viviamo in un'epoca
di corruzione della parola, dove il dialogo è stato sostituito dal messaggio
promozionale che aggredisce, fin dai primi anni della vita, senza che si possa
essere consapevoli di questa aggressione. Il linguaggio pubblicitario
moltiplica sogni e bisogni e sottrae immaginazione e fantasia. Il fenomeno,
drammatico per le conseguenze, lascia sul terreno parole svuotate di valori e
significati che avevano un tempo e non ancora riempite di un significato
opportuno e condiviso. Suoni che riempiono i nostri discorsi di nebbia. "Povero
uomo, cercando dio nella nebbia", scriveva M. de Unamuno ... ma per i
giovani oggi la situazione è ancora più drammatica: non ci stanno nella nebbia.
Non ci vogliono stare, non ce li vogliono far stare. La nebbia è scomparsa. Così si
può correre, sempre; si corre avendo l'impressione di cogliere di più, di
vivere di più. Si va in superficie, senza sondare la profondità Non c'è più
bisogno di cercare, di ricercare: ciò che si vede è. Le parole devono avere un
significato chiaro: "slogan" è la parola d'ordine, poco pensiero, che lo slogan ti risparmia la fatica, poche parole, un solo significato . Ma se accettiamo tutto questo non facciamo un buon servizio alla cultura e alla scienza. Non si
aiutano le persone (gli studenti, per noi) ad acquisire capacità di giudizio
critico se non li si lascia soli, almeno per un po', a fare esperienza della
nebbia.
Il secondo problema è che non abbiamo parole
per esprimere concetti nuovi che, tra noi insegnanti, si sono affermati
attraverso l'esperienza, il confronto con gli studenti e le strutture scolastiche
e sociali, l'interazione con le istituzioni. I concetti sono di tipo
socio-morale, sostitutivi di quelli svuotati di senso, e di tipo professionale,
relati strettamente tra loro. Non si può decidere del sapere che serve al
cittadino, ad esempio, se non si concorda prima su che tipo di cittadino si
vuole. Lo stato di grave degrado politico in cui versa l'Italia è il maggior
responsabile di questo fenomeno, sta a noi metterci un rimedio, anche se costa.
Per lo meno ci costa solo tempo e impegno,
prima i rimedi costavano sangue e disperazione. Vediamo di non arrivarci, a
quel punto. David Grossman ha scritto che si diventa massa (in senso negativo di perdita di individualità) quando si rinuncia a pensare criticamente, a cercare il significato delle proprie azioni, a riflettere consapevolmente su di esse. Riappropriamoci allora dei significati delle parole, aiutiamo chi
vive nell'incantesimo del villaggio mediatico globale: lavoriamo affinché
questa società sia di massa non perché le masse siano sempre più facilmente
manipolabili ma perchè tutti, in massa, possano imparare a pensare criticamente. Che cosa si può fare per favorire, anche di poco,
questo processo di acquisizione di una consapevolezza critica?
La parola, le parole, passino a Danilo Dolci*, che potrebbe esserci d'aiuto:
C'è chi educa
guidando gli altri come cavalli
passo per passo;
forse c'è chi si sente soddisfatto
quando è così guidato.
C'è chi educa senza
nascondere l'assurdo ch'è nel mondo,
aperto a ogni sviluppo ma tentando
di essere franco all'altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.
______________________
(*) Danilo Dolci, Il
limone lunare, Laterza, 1970, p. 154
giovedì 24 maggio 2012
Parole: "senso"
Legata alla "molteplicità", come Parola vista dalla parte di un'insegnante di matematica, è la parola "senso". È una parola dai molteplici sensi, appunto, come potrebbe non esserlo? Dal "senso" come sensore biologico al "senso" come significato che il sensore attribuisce al percepito , da questo al "senso" come significato attribuito al percepito dal resto del cervello che elabora l'informazione del sensore, la strada è lunga e spesso sconnessa.
Luigi mi ha chiesto cosa intendo con innaturalità della matematica. Uno degli aspetti di questa innaturalità è la costruzione del senso ultimo di una situazione matematica, nella quale spesso il pensiero non può usare la solita prassi che usa nella vita comune, anzi, deve ribaltarla. La costruzione del "senso" come significato globale di una situazione è automatica e addirittura non evitabile per il pensiero umano, ma davanti alla matematica le prassi usuali devono essere spesso smontate e ricostruite con assetti diversi. L'argomento è complesso e non posso riassumerlo in uno o più post di un blog in pantofole, ma posso suggerire un mio articolo* riassuntivo, L'arco di pietre , che si può leggere cliccando sul titolo.
_________________
(*) L. Catastini, L'arco di pietre, Punti critici, n.8, 2003, pp. 25-52
Luigi mi ha chiesto cosa intendo con innaturalità della matematica. Uno degli aspetti di questa innaturalità è la costruzione del senso ultimo di una situazione matematica, nella quale spesso il pensiero non può usare la solita prassi che usa nella vita comune, anzi, deve ribaltarla. La costruzione del "senso" come significato globale di una situazione è automatica e addirittura non evitabile per il pensiero umano, ma davanti alla matematica le prassi usuali devono essere spesso smontate e ricostruite con assetti diversi. L'argomento è complesso e non posso riassumerlo in uno o più post di un blog in pantofole, ma posso suggerire un mio articolo* riassuntivo, L'arco di pietre , che si può leggere cliccando sul titolo.
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(*) L. Catastini, L'arco di pietre, Punti critici, n.8, 2003, pp. 25-52
mercoledì 23 maggio 2012
Parole: "molteplicità"
Ci siamo arrivati, alla "molteplicità"!
In Discorso sulla matematica (vedi aspettando la "molteplicità -1- ), Lolli ci descrive la molteplicità di realtà matematiche esplorabili attraverso gli assiomi e i teoremi di un unico modello formale matematico, ci mostra come «pensare ai modelli. alle interpretazioni di una teoria in un'altra e al linguaggio senza significati che le rende possibili, comporta per un matematico la considerazione della molteplicità. Essa si presenta come pluralità di interpretazioni, e scaturisce inevitabilmente dall'uso del linguaggio beckettiano».
Con sensibilità e finezza Lolli passa dal rigore formale della teoria alla liricità dell'emozione del matematico di fronte alle possibilità di «quello che non è solo uno strumento nuovo di pensiero, ma una nuova filosofia», citando Enriques:« Pare quasi che agli occhi mortali, con cui ci è dato esaminare una figura sotto un certo rapporto, si aggiungano mille occhi spirituali per completarne tante diverse trasfigurazioni; mentre l'unità dell'oggetto splende alla ragione così arricchita, che ci fa passare con semplicità dall'una all'altra forma»
A me, insegnante di matematica, la molteplicità legata alla materia si mostra con più facce, più complessa: da una parte comporta l'educare alla riduzione delle Parole in segni con cui costruire schemi astratti nei quali si possono compiere operazioni e dimostrare teoremi, dall'altra chiede l'educare alla sensibilità rispetto ai significati delle parole, alla costruzione sempre più fine di Parole che permettano di comunicare efficacemente la complessità dell'esperienza e della conoscenza umana. "Razionale" e "Irrazionale" non sono solo segni, sono significati necessari alla costruzione del sentiero matematico, per un adolescente. Se l'insegnamento è efficace, si creerà la consapevolezza, più o meno esplicita, della diversità delle regole che il nostro pensiero deve applicare per costruire immagini e parole adatte alla riduzione, rispetto a quelle usate nella complessità della vita "naturale". Solo così i due mondi possono interagire in maniera ricca e produttiva con la crescita culturale ed emotiva dello studente, giustificandosi a vicenda.
Calvino, nelle Lezioni Americane, esprime bene questa biforcazione del pensiero in due direzioni, da una parte la riduzione delle parole della complessità vissuta in modelli e schemi formali, dall'altra la sua moltiplicazione per render conto con la maggior precisione possibile dell'aspetto sensibile delle cose: «In realtà sempre la mia scrittura si è trovata di fronte due strade divergenti che corrispondono a due diversi tipi di conoscenza: una che si muove nello spazio mentale d'una razionalità scorporata, dove si possono tracciare linee che congiungono punti, proiezioni, forme astratte, vettori di forze; l'altra che si muove in uno spazio gremito d'oggetti e cerca di creare un equivalente verbale di quello spazio riempiendo la pagina di parole, con uno sforzo di adeguamento minuzioso dello scritto al non scritto, alla totalità del dicibile e del non dicibile. Sono due diverse pulsioni verso l'esattezza che non arriveranno mai alla soddisfazione assoluta: l'una perché le lingue naturali dicono sempre qualcosa in più rispetto ai linguaggi formalizzati, comportano sempre una certa quantità di rumore che disturba l'essenzialità dell'informazione; l'altra perché nel render conto della densità e continuità del mondo che coi circonda il linguaggio si rivela lacunoso, frammentario, dice sempre qualcosa in meno rispetto alla totalità dell'esperibile»
"Molteplicità" dunque come molteplici sono gli effetti dello studio della matematica sul pensiero e sull'immaginazione: amplificazione di significati, come nel linguaggio naturale e nelle sue costruzioni, costruzione di aspetti innaturali nel ragionamento, faticosa palestra per il cervello, che permetteranno di arrivare alla cancellazione di significato nella costruzione di modelli formali come nella matematica.
"Molteplicità" infine come le tante forme di ricchezza intellettuale che una scuola sana e libera e intelligente potrebbe offrire ai propri studenti, senza bisogno di avere crocette tra le scatole.
In Discorso sulla matematica (vedi aspettando la "molteplicità -1- ), Lolli ci descrive la molteplicità di realtà matematiche esplorabili attraverso gli assiomi e i teoremi di un unico modello formale matematico, ci mostra come «pensare ai modelli. alle interpretazioni di una teoria in un'altra e al linguaggio senza significati che le rende possibili, comporta per un matematico la considerazione della molteplicità. Essa si presenta come pluralità di interpretazioni, e scaturisce inevitabilmente dall'uso del linguaggio beckettiano».
Con sensibilità e finezza Lolli passa dal rigore formale della teoria alla liricità dell'emozione del matematico di fronte alle possibilità di «quello che non è solo uno strumento nuovo di pensiero, ma una nuova filosofia», citando Enriques:« Pare quasi che agli occhi mortali, con cui ci è dato esaminare una figura sotto un certo rapporto, si aggiungano mille occhi spirituali per completarne tante diverse trasfigurazioni; mentre l'unità dell'oggetto splende alla ragione così arricchita, che ci fa passare con semplicità dall'una all'altra forma»
A me, insegnante di matematica, la molteplicità legata alla materia si mostra con più facce, più complessa: da una parte comporta l'educare alla riduzione delle Parole in segni con cui costruire schemi astratti nei quali si possono compiere operazioni e dimostrare teoremi, dall'altra chiede l'educare alla sensibilità rispetto ai significati delle parole, alla costruzione sempre più fine di Parole che permettano di comunicare efficacemente la complessità dell'esperienza e della conoscenza umana. "Razionale" e "Irrazionale" non sono solo segni, sono significati necessari alla costruzione del sentiero matematico, per un adolescente. Se l'insegnamento è efficace, si creerà la consapevolezza, più o meno esplicita, della diversità delle regole che il nostro pensiero deve applicare per costruire immagini e parole adatte alla riduzione, rispetto a quelle usate nella complessità della vita "naturale". Solo così i due mondi possono interagire in maniera ricca e produttiva con la crescita culturale ed emotiva dello studente, giustificandosi a vicenda.
Calvino, nelle Lezioni Americane, esprime bene questa biforcazione del pensiero in due direzioni, da una parte la riduzione delle parole della complessità vissuta in modelli e schemi formali, dall'altra la sua moltiplicazione per render conto con la maggior precisione possibile dell'aspetto sensibile delle cose: «In realtà sempre la mia scrittura si è trovata di fronte due strade divergenti che corrispondono a due diversi tipi di conoscenza: una che si muove nello spazio mentale d'una razionalità scorporata, dove si possono tracciare linee che congiungono punti, proiezioni, forme astratte, vettori di forze; l'altra che si muove in uno spazio gremito d'oggetti e cerca di creare un equivalente verbale di quello spazio riempiendo la pagina di parole, con uno sforzo di adeguamento minuzioso dello scritto al non scritto, alla totalità del dicibile e del non dicibile. Sono due diverse pulsioni verso l'esattezza che non arriveranno mai alla soddisfazione assoluta: l'una perché le lingue naturali dicono sempre qualcosa in più rispetto ai linguaggi formalizzati, comportano sempre una certa quantità di rumore che disturba l'essenzialità dell'informazione; l'altra perché nel render conto della densità e continuità del mondo che coi circonda il linguaggio si rivela lacunoso, frammentario, dice sempre qualcosa in meno rispetto alla totalità dell'esperibile»
"Molteplicità" dunque come molteplici sono gli effetti dello studio della matematica sul pensiero e sull'immaginazione: amplificazione di significati, come nel linguaggio naturale e nelle sue costruzioni, costruzione di aspetti innaturali nel ragionamento, faticosa palestra per il cervello, che permetteranno di arrivare alla cancellazione di significato nella costruzione di modelli formali come nella matematica.
"Molteplicità" infine come le tante forme di ricchezza intellettuale che una scuola sana e libera e intelligente potrebbe offrire ai propri studenti, senza bisogno di avere crocette tra le scatole.
lunedì 21 maggio 2012
aspettando la "molteplicità" -4- parole buone e parole fasulle
Una volta l'insegnamento e la valutazione erano armonicamente connessi: l'attività dell'insegnante in classe prevedeva momenti di verifica della crescita culturale dello studente attraverso interazioni diverse quali l'interrogazione orale, il compito scritto, l'interazione in classe, la discussione in consiglio di classe con i colleghi di altre materie, perché si considerava "globale" il suo profilo culturale. Il suo cammino formativo avveniva attraverso modalità complesse che prevedevano non solo una acquisizione di nozioni e della capacità di applicarle, ma anche (e soprattutto) una educazione alla complessità cognitiva e morale di una società basata su alte costruzioni del sapere. Un esempio di quanto voglio dire si trova nelle parole di Pontiggia. Nel 2008 su radio3 hanno replicato una serie di appuntamenti con Pontiggia, andati in onda poco prima della sua morte. In queste sue chiacchierate Pontiggia esprimeva benissimo e continuamente il senso dello studio della lingua come strumento di conoscenza di se stessi e degli altri, conoscenza che altrimenti potrebbe anche non svilupparsi. Non ho spazio qui per di commentare l’importanza di questa capacità in un individuo, dico solo che se la scuola contribuisce a farla crescere, allora l’istruzione diventa anche momento altamente educativo.
Chi vuole dare consistenza speculativa ed espressiva al proprio pensiero, dice Pontiggia, è bene che si confronti col collaudo molto duro della lingua comune, nella quale le parole hanno subito un vaglio millenario. Nelle parole si deposita un sapere distillato dal tempo e uno dei momenti conoscitivi più significativi e gradevoli è quello dello studio della storia delle parole, nei millenni, che passa anche attraverso lo studio della letteratura.. È una miniera di significati sociali e personali e portano a scoperte straordinarie sulla genesi di certe idee anche solo con ciò che è implicito nelle radici delle parole usate.
La lingua comune veicola meglio l’originalità di un pensiero. Pontiggia pensa che i grandi scienziati, Planck, Eisemberg, Einstein per esempio, che parlavano in maniera semplice e piana delle loro teorie, non volevano fare mera divulgazione ma avevano ambizione più alte: quello di sottoporre il loro mondo speculativo al confronto con la lingua comune in modo che le idee nuove trovassero agganci concettuali nel lettore in una lingua condivisa e non in uno sterile linguaggio tecnico. Usare la lingua “comune” per esprimere nuove idee, scientifiche in questo caso, chiede un grande sforzo espressivo e riflessivo, non è una riduzione ma un aumento di complessità nel lavoro dell’autore, che non lo fa per allargare il pubblico o per semplificare i problemi. Galilei addirittura, scrivendo anche in volgare, ha scelto la forma del dialogo, narrativo-teatrale per comunicare meglio le proprie idee.
Collaudare le proprie teorie al vaglio della lingua comune e non in quella specialistica significa scoprire cosa è implicito nelle radici delle parole e cosa è cambiato nel tempo. Tutto questo chiede uno sforzo introspettivo notevole perché la lingua comune costituisce un ostacolo molto forte alla fine costruzione di significati, ma, se conosciuta a fondo, diventa uno strumento insostituibile di veicolazione di idee profonde.
J. Renard, riferendosi alla comunicazione di stati interiori diceva: ” c’è una sola parola e il buon scrittore la conosce”
Renard intendeva dire che dal punto di vista espressivo non esistono sinonimi in una lingua, ossia non esistono parole che possano considerarsi identiche o equivalenti.
In che senso non esistono parole sinonimiche? Pensiamo ed esempio a un sinonimo di “casa”: potrebbe essere abitazione, edificio, dimora, sede... è evidente però che "casa" ha una connotazione fortemente familiare, "abitazione" sottolinea più l’abitare, "edificio" è più tecnico, "dimora" ha connotazioni intime e affettive.
Tra faccia e viso c’è una notevole differenza perché "viso" è una parola colta e mantiene il distacco mentre "faccia" invece è un termine carnalmente sincero e immediato . Difficile che qualcuno ti dica "che brutto viso hai stamani" oppure, "viso di merda", ma piuttosto "che brutta faccia hai!" ecc... ….
Ancora: viso e volto differiscono di una vocale ma evocano sensazioni e immagini distanti tra loro: la "o" di volto è più rotonda e carnale della "i" di viso, si evoca il volto dell'amante, "viso" invece va meglio per una Beatrice.
La ricerca poetica incide su questi significati, che influiscono sulla prosa, e viceversa la prosa, nel tempo, contamina la poesia.
Lo studio della lingua e della letteratura ha dunque anche questo particolare obiettivo: creare nell'adolescente il maggior numero di significati legati al suo crescere come una persona emotivamente complessa e fornire anche le parole giuste per esprimerli. Lo studente che non è sensibile alle differenze di sfumatura dei sinonimi o che non vede nessuna differenza tra "andare" e "recarsi" perde una parte importante dell'istruzione scolastica, forse la più importante. Dice Pontiggia, che "si va" al gabinetto e "ci si reca" dal preside, e che questa differenza insegna qualcosa che può aiutare a comunicare pensieri personali o speculativi.
Tale sensibilità non è necessariamente cosciente e neanche la si deve saper necessariamente esercitare in maniera creativa e originale, ma se si sviluppa rende l'individuo capace di guardare agli altri in modo profondo e di crescere nella propria complessità interiore attraverso esperienze comunicabili nella loro qualità umana più intima.
lI gergo giovanile, quello estraneo alla scuola, è inventivo per propria natura, è vero, ed anche fortemente condiviso, però questo linguaggio gergale serve a difendersi dall’esperienza, non ad approfondirla. Per esempio, nell’esperienza erotica il gergo è un linguaggio liquidatorio che uniforma le esperienze, le quantifica: ho fatto questo, ho fatto quello… neutralizza l’esperienza emotiva e fa diventare tutto uguale. In questo eccellono i maschi. Tutto questo pregiudica loro l’accesso all’esperienza che hanno avuto e in alcuni di loro pregiudica non solo la conoscenza del proprio animo ma anche lo sviluppo di empatia e riconoscimento di quello altrui.
Il linguaggio può essere molto violento. Si chiede oggi al personaggio di turno "come vive la gestione della sua vita sessuale" e non si tien conto che una persona nella vita di solito non ha una "vita sessuale" ma una fidanzata, un'amante, un moroso, una moglie, un marito e che di solito non è con la categoria della "gestione" che vive questi affetti.. Che frattura tra la realtà e le parole che vorrebbero raccontarla!
La povertà o la mancanza di congruità di linguaggio (direi meglio: di cultura in senso lato, di quegli aspetti della cultura che qui sto cercando di far emergere ) si evidenzia in questo episodio giornalistico: un personaggio importante che a un certo punto delle sua brillante e riuscita carriera ha scelto di seguire la vocazione di missionario si è sentito rivolgere questa domanda: "qual è la molla che ha fatto scattare il meccanismo della conversione?"
Sembrava si chiedesse il resoconto della conduzione manageriale di un'azienda e non di movimenti intimi e interiori, sotterranei, che alla fine emergono lentamente in superficie e si diffondono, dopo essersi sviluppati a lungo nel tempo e nel profondo dell'anima. Il linguaggio del giornalista allontanava il lettore dalla comprensione, liquidava l’esperienza rendendola vuoto stereotipo, non la avvicinava alla sensibilità di chi ne attendeva il racconto.
L’assimilazione dell’esperienza passa quindi anche attraverso l’appropriazione di un linguaggio adeguato, appropriazione che non si può effettuare e valutare facendo studiare a mente elenchi di parole "appropriate" e facendo mettere una crocetta sulla parole giusta. Qualunque semplificazione della complessità uccide l'effetto finale atteso.domenica 20 maggio 2012
aspettando la "molteplicità" -3- punto esclamativo!
Oggi è il giorno dopo. L'attentato a Brindisi chiede, tra le altre cose, ulteriori sforzi a tutti noi che dedichiamo tempo e vita ai valori della cultura e dell'istruzione.
Le note di ieri giravano attorno al rapporto tra pensiero e matematica, tra il pensiero di chi la matematica la pratica fino a esplorarne le espressioni più alte e recenti e il pensiero di chi, in una scuola qualunque, come quella di Brindisi, la studia perché qualcuno ha deciso che è una materia da studiare. E, di conseguenza, cosa c'è nel pensiero di chi decide i contenuti dell'insegnamento e le sue finalità. La matematica è una delle due materie oggetto di "testificazione Invalsi". L'altra è l'italiano. Le due materie fondamentali nella conoscenza. Peccato - e questa è la mia opinione - che le crocette ne ammazzino questa forte funzione di "fondamento".
Riporterò nelle prossime note alcuni post del mio vecchio blog Splinder che riguardano l'insegnamento dell'italiano, per poterli richiamare quando finalmente affronterò la "molteplicità", per me legata al "fondamento".
I post sono nati come commento a un quesito posto nel 2008 in un test di maturità inglese, riportato dai giornali italiani. Riguardava il tema di inglese alla maturità in una scuola del Regno: «Descrivi la stanza dove sei seduto». Svolgimento: «Fuck off»
Le note di ieri giravano attorno al rapporto tra pensiero e matematica, tra il pensiero di chi la matematica la pratica fino a esplorarne le espressioni più alte e recenti e il pensiero di chi, in una scuola qualunque, come quella di Brindisi, la studia perché qualcuno ha deciso che è una materia da studiare. E, di conseguenza, cosa c'è nel pensiero di chi decide i contenuti dell'insegnamento e le sue finalità. La matematica è una delle due materie oggetto di "testificazione Invalsi". L'altra è l'italiano. Le due materie fondamentali nella conoscenza. Peccato - e questa è la mia opinione - che le crocette ne ammazzino questa forte funzione di "fondamento".
Riporterò nelle prossime note alcuni post del mio vecchio blog Splinder che riguardano l'insegnamento dell'italiano, per poterli richiamare quando finalmente affronterò la "molteplicità", per me legata al "fondamento".
I post sono nati come commento a un quesito posto nel 2008 in un test di maturità inglese, riportato dai giornali italiani. Riguardava il tema di inglese alla maturità in una scuola del Regno: «Descrivi la stanza dove sei seduto». Svolgimento: «Fuck off»
L’esaminatore, che è un
importante professore britannico, non ha battuto ciglio, non si è offeso e non
ha dato zero al sedicenne. Il voto è stato 2 punti su 27: uno guadagnato perchè
non c’erano errori di ortografia o di sintassi nel tema e il secondo perchè la
frase esprime un pensiero compiuto.
Il professor Peter
Buckroyd ha spiegato nelle sue note al componimento che per guadagnare un
punteggio minimo gli studenti debbono dimostrare di saper esporre «qualche
semplice sequenza di idee» e saper «mettere alcune parole in ordine». Dunque «vai
a fare...» ricade nella categoria valutabile con una certa positività. Il
professore ha aggiunto che avrebbe aggiunto un voto in più se il ragazzo avesse
concluso la frase con un punto esclamativo «Fuck off!», certamente adatto a un’ingiuria
brusca.
La storia è stata
raccontata dal Times, che si è scandalizzato, perchè il GCSE, General
Certificate of Secondary Education, è un rito del sistema scolastico
britannico, viene affrontato ogni anno da circa 780 mila sedicenni ed è
decisivo per le iscrizioni alle più o meno prestigiose università. «Scrivete
fuck off nel tema e prenderete il 7,5% del voto massimo. Aggiungete un punto
esclamativo e il voto salirà all’11%», ha scritto il giornale con logica
aritmetica.
Mr Buckroyd, che è chief
examiner, responsabile anche per la preparazione dei colleghi membri di
commissione d’esame, ha tenuto il punto. «Meglio un insulto che lasciare il
foglio in bianco come fanno molti nostri ragazzi. Sarebbe stato sbagliato dare
zero, perché quel fuck off ha mostrato una istruzione di base». L’organismo di
controllo degli esami AQA (Assessment and Qualifications Alliance) ora dice che
è il caso di rivedere le linee guida per la valutazione della maturità. Ma
concorda con il professore che il «caso unico di espressione del candidato
andava comunque considerato».
Ecco questa è la
reiterata, scandalizzata cronaca dei giornalisti che sottolineano come sia
stato o non sia stato dato un punteggio diverso da zero a un tema siffatto.
Io invece sono rimasta
colpita dal titolo del tema: "descrivi la stanza dove sei seduto". Neanche all’esame di
quinta elementare sarebbe venuto in mente di darlo, da noi, e da loro ci si
gioca l'ammissione all'università..
sabato 19 maggio 2012
aspettando la "molteplicità" -2- l'intruso
...insomma, per riprendere il discorso cominciato nel post -1-, ho come l'impressione che il pensiero stia alla matematica come l'osservatore sta al fenomeno fisico osservato: entrambi sono intrusi che con la loro presenza modificano l'oggetto su cui si applicano.
Pensare la matematica vuol dire inquinarla?
Pensare la matematica vuol dire inquinarla?
aspettando la "molteplicità" -1-
Il post annunciato, sulla "molteplicità" sarà preceduto da una serie di note necessarie. Potranno essere pensieri staccati tra loro, magari anche dentro una stessa nota, aforismi a puntate, ma con una meta annunciata. Queste brevi note, numerate, servono a dare a me il piacere di scrivere la mattina presto, quando la casa ancora dorme e il sole comincia a dare luce alla cima dei colli intorno, e di poter interrompere quando la realtà mi costringe a interrompere. E di stare mentalmente in compagnia di Al, di Mike, di Lucia, di Paolo. di Beppe, di Angela, di Luigi. Scrivo per me ma parlo a loro. Mi aiuta a trovare un senso*.
La "molteplicità" è trattata da Calvino nelle Lezioni americane, e ripresa da un bel libro** recente, che ne parla nell'ultimo capitolo come qualità della matematica. Le considerazioni dell'autore vogliono divulgare, riuscendoci, aspetti insoliti che uniscono argomenti matematici nella storia della disciplina. Il capitolo inizia così:«La cura del linguaggio, la ricerca e lo sfruttamento delle possibilità che emergono da una considerazione oggettivale del linguaggio introdotta da Hilbert, sono armi potenti della matematica moderna. Linguaggi e calcoli, sinonimo di sistemi formali sono concetti matematici e sono «pedine» della matematica, da Hilbert in poi; inutilmente ha cercato di opporvisi un filosofo come Wittgenstein». E cita il capitolo Non esiste una metamatematica della Grammatica filosofica di Wittgenstein. Avverto che non ho le competenze per discutere di problemi logici, ma la presenza Wittgenstein mi permette di indicare aspetti per me significativi e importanti che riguardano la matematica. Saranno gradite segnalazioni e correzioni di errori macroscopici.
Allora: cosa non è (o è) una «pedina” della matematica? Wittg. dice che non lo è la Parola "calcolo":«Ho detto «Calcolo non è un concetto matematico». Questo vuol dire che la parola «calcolo» non è una pedina della matematica». Che differenza c’è tra “concetto matematico” e la parola che lo denomina? Solo la seconda può essere una pedina della matematica? ma se è solo un segno, perché allora farla dipendere da un concetto? E ancora, se il formalismo tratta solo segni e la loro manipolazione secondo regole fissate, perché Hilbert, nel suo Grundlagen, inizia cosi: “Noi possiamo suddividere gli assiomi in cinque gruppi; ciascuno dei gruppi esprime certi fatti fondamentali omogenei alla nostra intuizione***.” , proseguendo: "Indicheremo questi gruppi di assiomi come Assiomi di collegamento, di ordinamento, di congruenza, delle parallele ecc… "? Perchè portare in ballo l’intuizione e fare riferimento a concetti come "il collegare" nel raggruppare per comodità gli assiomi in gruppi? E perchè raggrupparli?
Tornando al capitolo citato, Non esiste una metamatematica, Wittgenstein, parlando del calcolo e della fondazione dell’aritmetica, esclama: «Insegnacela: allora l’avrai fondata!» (il punto esclamativo è mio).
Tutto questo per sottolineare, da parte mia, che un conto è essere matematici e un conto è essere insegnanti, un conto è “fare” matematica, un conto è apprenderla , un conto è studiare la matematica come strumento di alte espressioni professionali e un conto è studiarla come strumento culturale formativo. E ancora, un conto è studiarla per se stessa e e un conto è applicarla.
______
(*) nel senso di percorso verso un obiettivo che si precisa solo con il cammino.
(**)G. Lolli, Discorso sulla Matematica, Bollati Boringhieri, 2011
(***) il bold è mio.
La "molteplicità" è trattata da Calvino nelle Lezioni americane, e ripresa da un bel libro** recente, che ne parla nell'ultimo capitolo come qualità della matematica. Le considerazioni dell'autore vogliono divulgare, riuscendoci, aspetti insoliti che uniscono argomenti matematici nella storia della disciplina. Il capitolo inizia così:«La cura del linguaggio, la ricerca e lo sfruttamento delle possibilità che emergono da una considerazione oggettivale del linguaggio introdotta da Hilbert, sono armi potenti della matematica moderna. Linguaggi e calcoli, sinonimo di sistemi formali sono concetti matematici e sono «pedine» della matematica, da Hilbert in poi; inutilmente ha cercato di opporvisi un filosofo come Wittgenstein». E cita il capitolo Non esiste una metamatematica della Grammatica filosofica di Wittgenstein. Avverto che non ho le competenze per discutere di problemi logici, ma la presenza Wittgenstein mi permette di indicare aspetti per me significativi e importanti che riguardano la matematica. Saranno gradite segnalazioni e correzioni di errori macroscopici.
Allora: cosa non è (o è) una «pedina” della matematica? Wittg. dice che non lo è la Parola "calcolo":«Ho detto «Calcolo non è un concetto matematico». Questo vuol dire che la parola «calcolo» non è una pedina della matematica». Che differenza c’è tra “concetto matematico” e la parola che lo denomina? Solo la seconda può essere una pedina della matematica? ma se è solo un segno, perché allora farla dipendere da un concetto? E ancora, se il formalismo tratta solo segni e la loro manipolazione secondo regole fissate, perché Hilbert, nel suo Grundlagen, inizia cosi: “Noi possiamo suddividere gli assiomi in cinque gruppi; ciascuno dei gruppi esprime certi fatti fondamentali omogenei alla nostra intuizione***.” , proseguendo: "Indicheremo questi gruppi di assiomi come Assiomi di collegamento, di ordinamento, di congruenza, delle parallele ecc… "? Perchè portare in ballo l’intuizione e fare riferimento a concetti come "il collegare" nel raggruppare per comodità gli assiomi in gruppi? E perchè raggrupparli?
Tornando al capitolo citato, Non esiste una metamatematica, Wittgenstein, parlando del calcolo e della fondazione dell’aritmetica, esclama: «Insegnacela: allora l’avrai fondata!» (il punto esclamativo è mio).
Tutto questo per sottolineare, da parte mia, che un conto è essere matematici e un conto è essere insegnanti, un conto è “fare” matematica, un conto è apprenderla , un conto è studiare la matematica come strumento di alte espressioni professionali e un conto è studiarla come strumento culturale formativo. E ancora, un conto è studiarla per se stessa e e un conto è applicarla.
______
(*) nel senso di percorso verso un obiettivo che si precisa solo con il cammino.
(**)G. Lolli, Discorso sulla Matematica, Bollati Boringhieri, 2011
(***) il bold è mio.
mercoledì 16 maggio 2012
Risposta a Al sulla "narrazione"
Al, nella sua risposta al post "narrazione", specifica: «Cara Laura, non è la narrazione che ci rende insopportabile la matematica, è un tipo di narrazione particolare» e sottolinea con le parole di Calvino l'importanza della letteralità del racconto, contro una narrazione che esca dai confini che l'autore costruisce con le proprie parole:«Conclude Calvino: "so che ogni interpretazione impoverisce il mito e lo soffoca: coi miti non bisogna avere fretta; è meglio lasciarli depositare nella memoria, fermarsi a meditare su ogni dettaglio, ragionarci sopra senza uscire dal loro linguaggio di immagini. La lezione che possiamo trarre da un mito sta nella letteralità del racconto, non in ciò che vi aggiungiamo noi dal di fuori"
Le fiabe - aggiunge Al - sembra che ci piacciano per le storie che raccontano per il loro contenuto, ma la riflessione di Calvino ci permette di riconoscere il perché del particolare esclusivo piacere e dell'impressione duratura che ci lasciano.
Una persona non sa cosa è la matematica se non ha imparato a fare uno di quei discorsi formali, dove si seguono i rapporti di conseguenza determinati dagli oggetti magici (parole calde?), e non c'è nulla di superfluo, in particolare nessuna interpretazione dei simboli, nessun loro significato inteso (neanche di superficie). Non perché questa sia la parte più importante dell'attività matematica, ma perché è quella che meglio ne descrive la natura.»
Sono d'accordo con Al, la forma diventa sostanza in matematica. Imparare a gestire queste due cose insieme rappresenta uno degli obiettivi alti del mestiere del matematico e ne rappresenta l'essenza. Sono d'accordo anche con Calvino: alcune letture sono coinvolgenti per il mondo nel quale ti avvolgono, non per i mondi esterni che ti indica. Chi ha tirato su un bambino lo sa: guai cambiare anche un solo un piccolo particolare delle storie che raccontiamo loro, vanno dette e ridette, sempre con le stesse parole, sempre con lo stesso loro piacere a ripercorrerle, a ripassarne gli stessi sentieri. Ogni parola in più, ogni termine tolto o cambiato, proietta altrove, guasta il mito. Ma per riuscire a far capire cosa intendo quando affermo che "la matematica è difficile perchè non ha narrazione", bisogna proprio che spieghi in maniera più approfondita cos'è per me il fenomeno della "narrazione".
Intendo con "narrazione" il modo in cui il nostro cervello elabora le informazioni che gli arrivano attraverso la parola: non si limita a una interpretazione statica, letterale, dei termini ma ne costruisce un senso aggiunto usando dinamicamente tutte le informazioni che possiede, secondo le regole create implicitamente dalla conversazione. Costruito un quadro sensato (ecco la "narrazione") il pensiero è pronto a muoversi ancora, se arrivano altre informazioni. Supponiamo per esempio che A e B stiano parlando di un amico comune C, che ora lavora in banca. A chiede come vada il nuovo lavoro di C e B risponde:«Oh, piuttosto bene, mi pare, i colleghi gli piacciono e non è ancora stato arrestato.» L’informazione contenuta dalla risposta di B consta di due soli elementi: a C piacciono i nuovi colleghi e non è ancora stato arrestato. Formalmente ciò non permette alcuna inferenza. Sempre formalmente “e non è ancora stato arrestato”può essere aggiunto alla fine di qualunque proposizione, senza che ciò permetta alcuna inferenza. Voi che leggete però vi fate una immediata e personale narrazione sulla situazione, arrivando a conclusioni ben precise. Ecco un altro esempio di "narrazione": nelle frasi seguenti, diverse solo per le aggiunte attraverso la congiunzione "e", si aprono quadri molto diversi tra loro causate dalle (in linguaggio tecnico) implicature conversazionali
- Maria è tornata da scuola
- Maria è tornata da scuola e non è ancora stato arrestata
- Il neonato è stato allattato
- Il neonato è stato allattato e non è ancora in prigione
- Maria è tornata da scuola e il neonato è stato allattato e non è ancora in prigione.
Per ogni frase la mente corre e disegna un quadro specifico, per ogni frase si costruisce una narrazione efficace.
Questo processo inconsapevole, creato dalle regole del linguaggio, è la molla del pensiero, vivacizza emotivamente la persona che pensa, la stimola, la fa sentire intellettualmente viva.
La matematica, nel processo di apprendimento, fa l'effetto opposto. La mancanza di movimento istintivo, del crearsi di una spontanea "narrazione", dà allo studente la sensazione di avere il pensiero paralizzato, imprigionato, crea angoscia. Una volta uno studente ha sbattuto la penna sul banco, si è preso la testa tra le mani e mi ha detto, tra l'arrabbiato e il preoccupato: "Mi sta venendo un attacco di claustrofobia". Ho capito subito cosa voleva dire e come si sentiva.
La matematica è una lunga e faticosa educazione del linguaggio, dell'immaginazione, dell'emozione, portati attraverso sentieri impervi e innaturali, che conducono l'uomo lontano dalla semplificazione negativa e spesso crudele che un uso barbaro delle parole può produrre.
Ecco perché è preziosa, ecco perché è affascinante, ecco perché, da insegnante, la amo.
Tornata calma mi scuso per l'enfasi e annuncio che, per continuare questi discorsi insieme a Calvino, la Parola del prossimo post sarà "molteplicità".
martedì 15 maggio 2012
Matematica in bianco e nero?
La superficie di Al
"... la mia idea di superficie è poco matematica. Una superficie è qualcosa che ci sostiene, su cui ci muoviamo, ma mossa, ondulata, dolce, le colline del mio paese. Se l'occhio non è a fuoco, sembra liscia, solo colori. Sulla superficie ci sono sentieri."
Mi sono tolta gli occhiali per sfuocare l'immagine ed è apparsa una superficie geometrica a colori, un rettangolo sorprendentemente caldo. Ho sempre pensato le mie immagini geometriche in bianco e nero, ho vissuto una intera vita di immaginazione matematica come in un vecchio cinema muto, me ne rendo conto solo ora!
Ma qualcosa in me, pur colorandosi, resta immutato: l'idea di superficie come possibilità.
lunedì 14 maggio 2012
Intermezzo: come vedevo la superficie geometrica
Ho chiesto*: come te la immagini una superficie geometrica? cosa si affaccia al tuo pensiero quando si presenta quella parola? A me, fino agli anni '90 - era il tempo che ancora si scriveva con la penna - si affacciava un foglio di quaderno e lo scrocchiare del foglio secondo il solco lasciato dal pennino.
Mi è sempre piaciuto quel rumore, a scuola pigiavo eccessivamente con la biro per ottenere fogli croccanti, e sfogliarli era bello, mi dava come un senso di lavoro accumulato, di sapere imprigionato. Ma se dovevo fare un disegno per un problema geometrico il segno diventava improvvisamente leggero. L'immaterialità dell'ente mi si imponeva, ne ero cosciente, il tutto doveva essere leggero e preciso. La matita poi veniva ripassata, per farli più scuri, ma sempre senza lasciare solchi, su quei segmenti delle forme già disegnate che volevo far diventare lati di nuove forme che pensavo servissero per la risoluzione. Non avevo idea che esistessero le leggi della Gestalt ma già ne usavo i principi. Mi divertiva scurire quel triangolo nascosto dentro un trapezio che mi permetteva di applicare il teorema di Pitagora e di risolvere l'esercizio. Mi rendo conto ora che la superficie è sempre rimasta in secondo piano, nel mio pensiero. È sempre stata, per me scolara, solo sostegno di forme, intese come insieme chiuso di linee.
Inoltre, senza esserne cosciente, vedevo la superficie nello spazio, anche se allo spazio non pensavo mai se non quando affrontavo problemi di geometria solida. La vedevo nello spazio, l'ho capito anni dopo, perchè lo spazio mi serviva per scriverci sopra: adoperavo il compasso verticale per disegnare un cerchio, guardavo dall'alto, china sul quaderno, le figure già tracciate mentre ne cercavo gestalt più produttive e nuove linee da aggiungere. Se fossi stato un abitante di Flatlandia avrei dovuto inevitabilmente usare il compasso del giardiniere (una corda con una estremità fissa, che ruota nel piano) e la superficie, nella mia mente, sarebbe rimasta avvolta nelle sue due sole dimensioni. (Le figure chiuse, poi, sarebbero state inaccessibili alla immediata e completa conoscenza visiva perchè i lati posti di fronte agli occhi avrebbero nascosto quelli dietro di loro. Che geometria avrebbero sviluppato a Flatlandia?...)
Oggi la vedo, la superficie, in un modo ancora diverso, ma ci arriveremo alla fine del percorso di questi post sulle Parole, è quella la meta. Dove troveremo ad aspettarci Archimede. Anche lui rigorosamente in pantofole, s'intende.
_______
(*) vedi post precedente
Mi è sempre piaciuto quel rumore, a scuola pigiavo eccessivamente con la biro per ottenere fogli croccanti, e sfogliarli era bello, mi dava come un senso di lavoro accumulato, di sapere imprigionato. Ma se dovevo fare un disegno per un problema geometrico il segno diventava improvvisamente leggero. L'immaterialità dell'ente mi si imponeva, ne ero cosciente, il tutto doveva essere leggero e preciso. La matita poi veniva ripassata, per farli più scuri, ma sempre senza lasciare solchi, su quei segmenti delle forme già disegnate che volevo far diventare lati di nuove forme che pensavo servissero per la risoluzione. Non avevo idea che esistessero le leggi della Gestalt ma già ne usavo i principi. Mi divertiva scurire quel triangolo nascosto dentro un trapezio che mi permetteva di applicare il teorema di Pitagora e di risolvere l'esercizio. Mi rendo conto ora che la superficie è sempre rimasta in secondo piano, nel mio pensiero. È sempre stata, per me scolara, solo sostegno di forme, intese come insieme chiuso di linee.
Inoltre, senza esserne cosciente, vedevo la superficie nello spazio, anche se allo spazio non pensavo mai se non quando affrontavo problemi di geometria solida. La vedevo nello spazio, l'ho capito anni dopo, perchè lo spazio mi serviva per scriverci sopra: adoperavo il compasso verticale per disegnare un cerchio, guardavo dall'alto, china sul quaderno, le figure già tracciate mentre ne cercavo gestalt più produttive e nuove linee da aggiungere. Se fossi stato un abitante di Flatlandia avrei dovuto inevitabilmente usare il compasso del giardiniere (una corda con una estremità fissa, che ruota nel piano) e la superficie, nella mia mente, sarebbe rimasta avvolta nelle sue due sole dimensioni. (Le figure chiuse, poi, sarebbero state inaccessibili alla immediata e completa conoscenza visiva perchè i lati posti di fronte agli occhi avrebbero nascosto quelli dietro di loro. Che geometria avrebbero sviluppato a Flatlandia?...)
Oggi la vedo, la superficie, in un modo ancora diverso, ma ci arriveremo alla fine del percorso di questi post sulle Parole, è quella la meta. Dove troveremo ad aspettarci Archimede. Anche lui rigorosamente in pantofole, s'intende.
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(*) vedi post precedente
domenica 13 maggio 2012
Parole: "narrazione"
La "narrazione" è ciò che si mette in movimento nella nostra testa quando si sentono o si leggono delle Parole o quando ce le diciamo da soli. Ho usato la maiuscola, Parole, perchè la narrazione è un racconto che prende il volo soprattutto con certe parole, parole calde, insomma, Parole.
È la nostra intelligenza, la narrazione, è la nostra ricchezza, ciò che ci fa volare il pensiero, ed è anche a volte ciò che ci rende insopportabile la matematica. La matematica ammette poca narrazione, almeno mentre si impara, e quella poca ammessa è sottoposta a rigorosa educazione.
Aristotele ha dato queste definizioni: «continuo è ciò i cui estremi sono uno», «contatto è ciò i cui estremi sono insieme», «consecutivo è ciò in cui non esiste come intermedio nulla che abbia la stessa natura». Sembra tutto incomprensibile, tranne forse la definizione di consecutivo, ma se si sa cosa significano per Aristotele le parole "essere uno", qualcosa nel pensiero si muove, e se si conoscono le definizioni di "punto", "segmento", "superficie", qualche altro timido passo avanti, con fatica, forse lo si si fa.
È come suonare il pianoforte: mentre impari, l'emozione non deve entrare nell'esecuzione delle scale, ti devi sorbire tempi infiniti nei quali le tue dita trovano prima la posizione giusta, poi i singoli tasti giusti, poi le configurazioni giuste di tasti, poi l'indipendenza dei movimenti tra mano sinistra e mano destra, poi l'automaticità dell'insieme, e infine, quando sai fare tutto ciò (hai cominciato a sette anni e te ne ritrovi addosso quindici) puoi abbandonarti all'emozione dell'esecuzione, all'abbandono emotivo, alla genialità della narrazione e della sua trasmissione.
________(*) parole chiave: scusate il ritardo, troisi, problema del contadino
(**) mi hanno insegnato a scrivere "qual'è", ho letto e usato questa forma per buona parte della vita, da qualche anno c'è scandalo se la si usa e io mi adeguo - le motivazioni sono giuste - ma ogni volta che scrivo qual è lo sento sbagliato. "Sbagliato" è una Parola.
sabato 12 maggio 2012
Parole: "felicità"
Ieri Al ha portato in ballo la Parola "felicità". Non so se ne fosse consapevole, ma questa Parola va direttamente al cuore del problema delle Parole. Pensate a un mondo di animali vocianti ma non parlanti, magari animali di gruppo come i cani e le scimmie, e immaginatevi di dover definire cosa è la felicità per loro. Il compito è abbastanza semplice, chi ha un cane sa come farlo felice. La felicità, per animali del genere, è legata al soddisfacimento dei bisogni primari e quindi alla qualità dell'ambiente che li ospita. Negli animali di gruppo la felicità è anche funzione del temperamento di base, quello creato dal dna, dell'animale e del giusto posto sociale dell'animale stesso: esistono temperamenti dominanti e temperamenti subordinati, e il benessere dell'animale sta nel vivere il proprio ruolo armonicamente con il proprio status biologico. La felicità, nel gruppo di animali senza parola, assume carattere quasi oggettivo.
Ma pensate ora a una coppia di supercervelli - rispetto a quello di un cane - vaganti in un paradiso terrestre apparecchiato apposta per loro, e immaginateli parlanti. Che succede inevitabilmente? Uno di loro si annoia - un supercervello ha bisogno di esercitare i propri neuroni - e disobbedisce al capo mangiando la mela della conoscenza. Quel tipo di mela non esiste senza la Parola. Immaginatevi Adamo ed Eva che litigano: non solo ringhi e risse ma anche argomentazioni, e può vincere il più abile, non il più forte. Si sono giocati la felicità oggettiva, in questo modo, e hanno complicato la loro vita.
E soprattutto hanno creato una domanda; quale scuola per i miei figli? (salto troppo brusco. forse, ma Al e gli altri due lettori che mi seguono sono abbastanza intelligenti per capire)
Ci arriveremo, alla Parola "scuola", ma non subito.
Non ho ancora risposto in modo completo al commento di Al, per dirne una. Ecco Al, le personalità sfigate o creative hanno spesso una base biologica dominante - io per esempio lo sono, molto - ma in loro la dominanza non si esprime nella sopraffazione dell'altro ma nella resistenza all'ipnotismo del dominante non creativo di turno. Poco ipnotizzabile, poco omologabile, poco assogettabile, gente che non fa tendenza. Ma che crea Parole diverse.
Perchè a volte il creativo non è felice? perchè a volte non trova con chi scambiare pensieri e impressioni, chi oggettivizzi le sue Parole e la sua esistenza, perchè anche lui ha bisogno di un gruppo amico, e allora si sente solo e vive la sua diversità con disagio.
Ecco perchè la scuola è importante. (quest'ultima frase me la potevo risparmiare. ma c'entra, fidatevi)
Ma pensate ora a una coppia di supercervelli - rispetto a quello di un cane - vaganti in un paradiso terrestre apparecchiato apposta per loro, e immaginateli parlanti. Che succede inevitabilmente? Uno di loro si annoia - un supercervello ha bisogno di esercitare i propri neuroni - e disobbedisce al capo mangiando la mela della conoscenza. Quel tipo di mela non esiste senza la Parola. Immaginatevi Adamo ed Eva che litigano: non solo ringhi e risse ma anche argomentazioni, e può vincere il più abile, non il più forte. Si sono giocati la felicità oggettiva, in questo modo, e hanno complicato la loro vita.
E soprattutto hanno creato una domanda; quale scuola per i miei figli? (salto troppo brusco. forse, ma Al e gli altri due lettori che mi seguono sono abbastanza intelligenti per capire)
Ci arriveremo, alla Parola "scuola", ma non subito.
Non ho ancora risposto in modo completo al commento di Al, per dirne una. Ecco Al, le personalità sfigate o creative hanno spesso una base biologica dominante - io per esempio lo sono, molto - ma in loro la dominanza non si esprime nella sopraffazione dell'altro ma nella resistenza all'ipnotismo del dominante non creativo di turno. Poco ipnotizzabile, poco omologabile, poco assogettabile, gente che non fa tendenza. Ma che crea Parole diverse.
Perchè a volte il creativo non è felice? perchè a volte non trova con chi scambiare pensieri e impressioni, chi oggettivizzi le sue Parole e la sua esistenza, perchè anche lui ha bisogno di un gruppo amico, e allora si sente solo e vive la sua diversità con disagio.
Ecco perchè la scuola è importante. (quest'ultima frase me la potevo risparmiare. ma c'entra, fidatevi)
venerdì 11 maggio 2012
Parole: "sfigato". Dedicato a un amico Logico
Ho voglia di scrivere a lungo sulla manomissione delle parole, attuata di questi tempi scientificamente.
Berlinguer dice: «La forte espansione scolastica non è stata accompagnata, come in altri pezzi d’Europa, dal passaggio da un sistema fondato sulla conoscenza a uno centrato sull’apprendimento." (corriere.it 8 maggio)
Questa frase non vuol dire nulla. È solo un modo di far accettare cambiamenti che servono a chi vuol cambiare le forme sociali e culturali di una comunità, di un paese, di una nazione. Tornerò sul tema della scuola, ma ora vi presento la riflessione sulla prima parola che ho scelto: "sfigato" o "perdente" , pubblicando lo status fb di Federico Mantile, che ho letto stamani.
Voglio usare le sue parole per creare un giusto alone italiano attorno al termine "sfigato", che cancelli quello imposto dalla visione americana della vita. Che "sfigato" definisca un insieme di persone del genere che leggerete qui sotto, e che sono la forza morale, creativa e libera di un paese! I "vincenti", che ne sono di norma l'espressione contraria, sono soggetti che rincorrono il potere attraverso la disuguaglianza sociale, la prepotenza, lo sfruttamento, l'aridità personale e morale.
Io sono sfigata. Lo rivendico e me ne vanto.
{status di federico mantile}
Nel corso degli anni ho individuato [...] una struttura di personalità forte e dotata di sensibilità, creatività, empatia e intuizione, che ho chiamato personalità creativa.
Le persone che possiedono una personalità creativa sono capaci di amare, di sognare, di sperimentare, di giocare, di cambiare, di raggiungere i propri obiettivi e di formularne di nuovi. Sono uomini e donne emotivamente sani. Gente che non perde mai il contatto con la propria anima, cioè con quella saggezza profonda e profondamente ingenua, capace di sentire vibrare la bellezza e l’impalpabile immensità della vita in ogni cosa. Le personalità creative conoscono istintivamente la realtà interiore che ispira le nostre scelte (sia nel mondo immateriale dei sentimenti sia in quello materiale della fisicità). Sono persone che, nonostante il bombardamento di messaggi volti a deridere la presunta illusorietà di tutto ciò che i cinque sensi non riescono a padroneggiare considerandolo soggettivo, non perdono mai la consapevolezza che proprio quella soggettività è indispensabile, per vivere con pienezza. Le personalità di questo tipo sono inscindibilmente connesse alla propria anima e in contatto con la sua verità. Queste persone coltivano la certezza che la vita abbia un significato diverso per ciascuno e rispettano ogni essere vivente, sperimentando così una grande ricchezza di possibilità. E’ gente che non ama la competizione, la sopraffazione e lo sfruttamento, perché scorge un pezzetto di sé in ogni cosa che esiste. Gente che non riesce a sentirsi bene in mezzo alla sofferenza. Gente incapace di costruire la propria fortuna sulla disgrazia di altri. Gente che nella nostra società non va di moda. Gente disposta a rinunciare, per condividere. Gente impopolare. Derisa dalla legge del più forte. Beffata dalla competizione. Gente capace di mantenere salda la consapevolezza che la vita non è fatta soltanto di materialità. Gente che, a dispetto dell’emarginazione, del disprezzo sociale e dell’impopolarità che ne deriva, non dimentica mai l’importanza di ascoltare le cose col cuore. Gente che non riesce ad adeguarsi alle regole del predominio, che non sa approfittare dell’ingenuità, che non possiede la prontezza e la malizia per prevenire l’astuzia dei furbi. Portatori di un sapere che non piace, non perdono di vista l’importanza di ciò che non ha forma e non si può toccare. Sono queste le persone che possiedono una personalità creativa. Persone ingiustamente ridicolizzate e incomprese in un mondo malato di arroganza, e che, spesso, si rivolgono agli psicologi chiedendo aiuto. Ognuno di loro è orientato verso scelte diverse da quelle di sempre. E in genere hanno valori e priorità incomprensibili per la maggioranza. Non seguono una religione, ma ascoltano con religiosa attenzione i dettami del proprio mondo interiore. Sanno scherzare, senza prendere in giro. Sono gente che non trascura il codice dei sentimenti. Gente che bazzica l’immateriale. Gente che paga sempre di persona il prezzo delle proprie scelte e preferisce perdere, per non prevaricare. Gente fatta così. Poco ipnotizzabile. Poco omologabile. Poco assoggettabile. Gente che non fa tendenza. Forse. Di certo, gente che preferisce sopportare il dolore piuttosto che barattare la dignità. Gente poco normale, di questi tempi. Gente con l’anima.
Nel corso degli anni ho individuato [...] una struttura di personalità forte e dotata di sensibilità, creatività, empatia e intuizione, che ho chiamato personalità creativa.
lunedì 7 maggio 2012
scale e intervalli per chi di musica non ne sa proprio nulla
Potete leggere la conferenza introduttiva al laboratorio su questa pagina e il riassunto dei contenuti del laboratorio, in particolare anche sulle scale e gli intervalli (dedicate a fratellociccio e lucia), a questo link dell'Accademia dei Lincei
Chi di musica ne sa invece qualcosa, apprezzi lo sforzo di semplificazione e se vede il modo di migliorarlo me lo suggerisca, sarà molto apprezzato.
Nel prossimo post cambierò argomento, ho voglia di Parole.
Chi di musica ne sa invece qualcosa, apprezzi lo sforzo di semplificazione e se vede il modo di migliorarlo me lo suggerisca, sarà molto apprezzato.
Nel prossimo post cambierò argomento, ho voglia di Parole.
domenica 26 febbraio 2012
il ramo musicale del laboratorio
Il laboratorio*, svolto
in una scuola, può essere tenuto dal solo insegnante di matematica - versione corta - con sporadiche
apparizioni in classe dell’insegnante di musica. In questo caso il docente di musica, al pianoforte, presenta
esempi di intervalli suonando due note insieme o una dopo l’altra, o brani
interi, aiutando la lezione e la presentazione del collega di matematica.
Caso diverso è quello in cui – versione lunga – entrambi i docenti svolgono un
programma parallelo, nel quale, dopo la presentazione della musica come
linguaggio delle emozioni e degli intervalli musicali come strumenti di questa comunicazione emotiva, il docente di matematica si rivolge ai rapporti,
alle proporzioni, alle frazioni, ecc…, applicandoli agli intervalli musicali,
mentre il docente di musica, separatamente, addestra gli studenti ed eseguire brani vocali e strumentali che formino
un percorso tra emozioni diverse comunicate attraverso una giusta composizione musicale.
In Certosa abbiamo
seguito la seconda strada, ma io ero attiva in entrambi i rami del laboratorio, affiancata egregiamente da due esperti** nel campo musicale che hanno addestrato il gruppo di studenti. Il mio apporto è stato, oltre la presenza e la partecipazione attiva, quello di ideare il percorso vocale e recitativo da proporre agli studenti. Recitativo, si, perché fare musica è anche recitazione e narrazione delle emozioni che si cantano. Era ben presente questo quando, parlando di opera, si diceva "il recitar cantando", ma oggi questo senso profondo non mi sembra rimasto nella coscienza collettiva.
A dopo, ché oggi è domenica e io son donna. i fornelli mi aspettano. E lo dico con piacere perché sono libera di sceglierli, i fornelli, se volessi continuare a scrivere potrei farlo, in casa si attiverebbe subito un uomo al mio posto. Ma per me la cucina è una attività di gruppo come la musica e l'insegnamento e mi attrae. Che ce posso fà?
_________________
* vedi post precedenti
**Andrea e Bruce Borrini, dell'Associazione Culturale (no profit) Res alla quale appartengo anch'io, rispettivamente figlio e marito, che hanno prestato la loro opera nell'avventura, in qualità di volontariato.
venerdì 24 febbraio 2012
se questi video vi sembrano solo canzoni allora avete un problema
Dopo un lungo Prologo* informativo avevo promesso di postare i video presentati agli studenti in apertura di laboratorio, e lo faccio.
In Certosa, prima della proiezione, ho spiegato, adattandolo all'età media degli ascoltatori - 12 anni - il contenuto del prologo. Hanno incredibilmente capito subito, e anche si sono incuriositi.
Di seguito ho fatto vedere, come esempio di
comunicazione di stati emotivi, i seguenti video (prima di caricarli è meglio
finire di leggere):
1 - Simone Kermes, Dopo un'orrida
procella, Griselda, Vivaldi
2 - Cecilia Bartoli, Agitata da due venti, Griselda, Vivaldi
3 - Haka Maori
4 - Sefyu
5 - Wazimbo, Nwahlwana
In realtà i video era di più, ma questi sono rappresentativi del discorso. Dico subito che avevo paura di rovinare tutto presentando all'inizio brani di lirica a dodicenni che avevano pratica - salvo 4 eccezioni - solo di Lady Gaga, ma la scelta ha funzionato!
2 - Cecilia Bartoli, Agitata da due venti, Griselda, Vivaldi
3 - Haka Maori
4 - Sefyu
5 - Wazimbo, Nwahlwana
In realtà i video era di più, ma questi sono rappresentativi del discorso. Dico subito che avevo paura di rovinare tutto presentando all'inizio brani di lirica a dodicenni che avevano pratica - salvo 4 eccezioni - solo di Lady Gaga, ma la scelta ha funzionato!
Ho chiesto di prestare attenzione alla mimica
facciale, al muoversi del corpo, agli occhi dei cantanti, ai salti delle
note della melodia (gli intervalli), cioè alla vicinanza tra loro delle note
cantate (per esempio do-re nella stessa ottava, oppure do-re con il do in una
ottava e il re nell'ottava successiva) e di dirmi, alla fine di ogni
brano, che emozioni avevano provato.
I dodicenni hanno ascoltato con grande reazione, li
guardavo in volto mentre passavano i suoni e le immagini, per molti di loro
parlava il muoversi delle sopracciglia e il contrarsi o distendersi della loro
bocca.
Qua di seguito metto il freddo elenco delle caratteristiche
dei video e l'emozione rappresentata
1 - Simone Kermes: L'AGITAZIONE
Dopo un’orrida procella
splende chiaro il ciel sereno
che disgombra il nostro seno
dell'affanno, e del timor.
Così suole la fortuna
ristorare i danni suoi
vicendevoli con noi
alternando il suo rigor.
- Nonostante la serenità del testo, la musica esprime
la grande agitazione lasciata nella persona dalla terribile esperienza appena
passata (la procella). Le note della melodia si susseguono l’una all’altra con
grandi intervalli tra loro, saltando su e giù di un’ottava e anche più.
- l’affanno viene sottolineato con un lungo vocalizzo
- nella seconda ripetizione si levano alte le grida
agitate del ricordo.
- nella terza ripetizione si cerca di mettere un po’
di leggerezza nell’esposizione del pensiero, ma senza successo, l’adrenalina
riprende il sopravvento.
- durante tutta l’aria il corpo, gli occhi, gli arti,
esprimono le emozioni del canto.
2 - Cecilia Bartoli: LA PAURA
Agitata da due venti,
freme l'onda in mar turbato
e 'l nocchiero spaventato
già s'aspetta a naufragar.
Dal dovere da l'amore
combattuto questo core
non resiste e par che ceda
e incominci a desperar.
Si ritrova l’agitazione, ma stavolta in una
situazione che si sta vivendo, non ricordando, quindi con il colore della
paura. Gli intervalli tra le note sono meno grandi, devono esprimere il
lamento, la paura e la sua paralisi, le alte grida della disperazione e del
terrore, il singhiozzo del pianto e di nuovo il sussurro paralizzato del “oh
Dio, oh Dio…”.
Anche in questo caso, come in tutti gli altri, ha
molta importanza l’osservazione della mimica del soprano, gli occhi sbarrati,
la paralisi improvvisa, ecc….
3- Haka Maori: LA POTENZA, IL CORAGGIO, LA
MINACCIA
Lo Haka Maori è una danza che esprime il sentimento
interiore di chi la esegue, e può avere molteplici significati. È comunque un
rituale che cerca di impressionare: si roteano e si spalancano gli occhi, si
digrignano i denti, si mostra la lingua, ci si batte violentemente il petto e
gli avambracci, si dà quindi un saggio di potenza e coraggio, che si ricollega
allo spirito guerriero dei Maori.
Gli intervalli musicali sono contenuti, manifestano
insieme al ritmo controllo e coraggio. Si trova anche qua l’ “ah”
ricorrente della paura, ma questa volta il controllo col quale è espresso
lo rende un grido di di potenza.
4 - Sefyu: ATTEGGIAMENTI ARCAICI E GRUPPI MODERNI
Il video mostra un gruppo urbano di giovani, una
banda metropolitana, che si muove accompagnata da un brano rap.
È interessante individuare e cogliere le
somiglianze espressive con la danza haka mostrata nella
diapositiva precedente. Si sottolinea in particolare il grido “ah!”
di potenza ritmato e ripetuto e i movimenti del corpo e degli
arti del gruppo di giovani.
5 - Wazimbo: AMORE GENITORIALE E
RESPONSABILITÀ SOCIALE
In questo ultimo brano musicale, moderno, un padre
chiede ai “Signori della guerra” di riavere indietro la piccola
figlia Maria, scappata dal paese insieme alla madre per sottrarsi al massacro
della guerra, e poi, dopo la morte della madre, persa all'estero.
Si sottolinea il tracciato melodico e gli intervalli
usati per esprimere l’intensità degli affetti che muovono i gesti:
l'amore, il senso di responsabilità sociale, il rifiuto della violenza, insieme
alla mimica e alla voce del cantante, così diversi da ognuno dei video già
presentati.
Mah, lo dicevo io che era un’impresa difficile. Però
se qualcuno ha osservazione o commenti da fare li butti pure lì…
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* vedi post precedente
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